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Tragedie di casa nostra: Il Vajont

Giovedì 9 Ottobre 2008 Posted in a volte ritornano, riflessioni

Per la rassegna “A volte ritornano” oggi ho ripescato dal mio vecchio blog questo articolo dedicato al disastro del Vajont (oggi cade il 45esimo anniversario).

In questa fotografia possLongarone prima del 9/10/63iamo vedere Longarone, un paese in provincia di Belluno, prima del 9 ottobre del 1963.

Cosa accadde quel triste giorno?

Una frana distaccatasi dal Monte Toc e precipitata nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont, provocò la distruzione di Longarone, ed investì i vicini paesi di Castellavazzo, Erto e Casso, danneggiamenti subirono anche i paesi di Codissago, Pirago, Faè e Rivalta.

Il bilancio delle vittime fu altissimo: 1917 morti dei quali 1450 solo a Longarone.

Ma come è potuta accadere una tragedia simile?

La catastrofe è così descritta dalla Relazione della Commissione di inchiesta nominata dal Ministro dei Lavori Pubblici:

“Alle ore 22,39 del 9 ottobre 1963 il movimento franoso delle pendici del Toc, già  in atto, assumeva un andamento percipite, irruento, irresistibile. L´acqua del lago artificiale subiva una formidabile spinta: con andamento di 50 Km all´ora la frana avanzava, raggiungeva la sponda destra della diga, urtava contro questa e vi scorreva sopra.
La tremenda pressione della massa spostava un volume di 50 milioni di metri cubi d´acqua.
Un´ondata spaventosa si sollevava fino a 200 metri, per ricadere in parte verso la diga, superandola, per proiettarsi, poi, tumultuosa, verso la valle del Piave. Irrompeva, così, sventagliandosi, flagellando, violenta, rapida - 1600 metri in quattro minuti circa - sull´ampio scenario che si chiude di sotto.

Le luci, palpiti di vita di Longarone, di Pirago, delle sponde di Fornace, di Villanova, di Faè, dei borghi di Castellavazzo, dalla cartiera allo sbocco della gola, improvvisamente si spengono: con esse migliaia di vite umane.
Il fiume improvvisamente ingrossato, assume aspetto di piena mai vista…
Cinque rapidi minuti sono stati sufficienti al compiersi della tragedia…
Sullo scenario di morte, sovrastava, intatta, la diga, creazione umana, non vinta, ma superata dalla natura.”

Longarone dopo la tragedia Longarone dopo il 9/10/1963

Il progetto del Vajont viene ideato dalla SADE (Società  Adriatica di Elettricità ), in seguito acquisita dalla neonata Enel (Ente Nazionale Elettricità ). Lo scopo del progetto era quello di creare una riserva di acqua che permettesse di sfruttare la potenza idrica per portare energia elettrica a Venezia, anche nei periodi di secca dei fiumi.

La gola del torrente Vajont (che nasce dalle Alpi carniche e si immette nel fiume Piave, costeggiando il Monte Toc, a cavallo della provincia di Belluno e della provincia di Pordenone) sembrava essere il luogo più adatto: lungo il corso del torrente, all’altezza dei paesi di Casso e di Erto (PN), il geologo Giorgio Dal Piaz e il progettista Carlo Semenza individuarono il luogo più adatto per costruire la diga a doppio arco più alta del mondo.

I controlli geologici iniziarono nel 1949 e con essi i primi atti di protesta delle amministrazioni coinvolte dal progetto. Nonostante le proteste degli abitanti della valle e i forti dubbi degli organi preposti al controllo del progetto, a metà  degli anni ‘50 iniziarono i primi espropri fondiari e la preparazione del cantiere: i lavori per la costruzione della diga iniziarono nel 1956, senza l’effettiva autorizzazione ministeriale.

Nel corso dei lavori si dovette procedere ad aggiustamenti non previsti nel progetto originale: furono rilevate frane della roccia e fu reso necessario l’utilizzo di iniezioni di calcestruzzo per il consolidamento dei versanti.

A lavori ormai iniziati si produssero alcune scosse sismiche, la SADE fece pertanto effettuare ulteriori rilievi geologici che rilevarono l’esistenza di una grande paleofrana sul monte Toc; la quale avrebbe potuto cadere nel bacino artificiale formato dalla diga.

Nonostante questo, La SADE non inviò mai i rapporti di questi rilievi agli organi di controllo.
Dopo la prima frana fu commissionata all’Istituto di Idraulica e Costruzioni Idrauliche dell’Università  di Padova una simulazione di disastro. Lo studio riprodusse in scala una possibile frana di 40 milioni di metri cubi, la dimensione stimata allora della frana, attraverso l’utilizzo di ghiaia. In base a questa simulazione, in seguito al disastro oggetto di critiche poiché considerata da alcuni troppo approssimativa, si determinò che il limite di invaso a quota 700 metri non avrebbe provocato danni.

Dal 1961 al 1963 furono praticati numerosi invasi e svasi per limitare il più possibile le possibilità  di smottamento del terreno circostante la diga: il 4 settembre 1963 si arrivò a quota 710. Gli abitanti della zona denunciarono movimenti del terreno e scosse telluriche, inoltre venivano chiaramente uditi boati provenienti dalla montagna.

diga

Dopo il disastro il Ministero dei Lavori Pubblici avviò immediatamente un’inchiesta per individuare le cause della catastrofe. L’ingegner Pancini - uno degli imputati - si suicida alla vigilia del processo. Il processo inizia nel 1968 e si conclude in Primo Grado l’anno successivo con una condanna a 21 anni di reclusione per tutti gli imputati coinvolti, per disastro colposo ed omicidio plurimo aggravato. In Appello la pena verrà  ridotta e alcuni degli imputati verranno assolti per insufficienza di prove.

Nel 1971 si conclude l’iter giudiziario con la cassazione che emette due sentenze di colpevolezza «per inondazione, aggravata dalla previsione dell’evento, compresa la frana e gli omicidi» per Alberico Biadene (5 anni di cui tre condonati), vice direttore generale del ramo tecnico della Sade, e per Francesco Sensidoni (3 anni e otto mesi, di cui tre condonati), ingegnere capo del servizio dighe della commissione di collaudo nominata dal Ministero dei Lavori Pubblici.

Nel 1997 la Montedison (che ha acquisito la SADE) verrà  condannata a risarcire i comuni colpiti dalla catastrofe.

Oggi possiamo sostenere con certezza che quella fu una delle tante tragedie annunciate, che per denaro e irresponsabilità , non fu possibile impedire.

in memoria

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3 Responses to “Tragedie di casa nostra: Il Vajont”

    MyAvatars 0.2
  1. duhangst Says:

    A me impressionò molto la ricostruzione che fece della storia Paolini


  2. MyAvatars 0.2
  3. pibua Says:

    L’ho vista anch’io, bellissima opera!


  4. MyAvatars 0.2
  5. chit Says:

    Lì, in quel caso, si cominciò a parlare per la prima volta di vittime del progresso neutral

    Brava a ricordare anche se certe tragedie son dure da dimenticare…


 

 

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