Era un giornalista come piace a me
Visto che in questi giorni ho un po’ da fare riprendo un post dal mio vecchio blog, magari i miei nuovi amici non l’hanno ancora visto…
Intervista a Tiziano Terzani - 2002
Come nasce il libro/testamento di Terzani - 2004
Tags: intervista, libri, Tiziano Terzani, video
23 maggio 1992 Ore 17,59…
Sono le 17,48 quando su una pista dell’aeroporto di Punta Raisi atterra un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti partito dall’aeroporto romano di Ciampino alle ore 16,40. Sopra c’è Giovanni Falcone con sua moglie Francesca. E sulla pista ci sono tre auto che lo aspettano. Una Croma marrone, una Croma bianca, una Croma azzurra. E’ la sua scorta.
Tutto è a posto, non c’è bisogno di sirene, alle 17,50 il corteo blindato che trasporta il direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia è sull’autostrada che va verso Palermo.
Tutto sembra tranquillo, ma così non è. Qualcuno sa che Falcone è appena sbarcato in Sicilia, qualcuno lo segue, qualcuno sa che dopo otto minuti la sua Croma passerà sopra quel pezzo di autostrada vicino alle cementerie.
La Croma marrone è davanti. Guida Vito Schifani, accanto c’è Antonio Montinaro, dietro Rocco Di Cillo. E corre, la Croma marrone corre seguita da altre due Croma, quella bianca e quella azzurra. Sulla prima c’è il giudice che guida, accanto c’è Francesca Morvillo, sua moglie, anche lei magistrato. Dietro l’autista giudiziario, Giuseppe Costanza, dal 1984 con Falcone, che era solito guidare soltanto quando viaggiava insieme alla moglie. E altri tre sulla Croma azzurra, Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Un minuto, due minuti, la campagna siciliana, l’autostrada, l’aeroporto che si allontana, quattro minuti, cinque minuti.
Ore 17,59, autostrada Trapani-Palermo. Investita dall’esplosione la Croma marrone non c’è più. La Croma bianca è seriamente danneggiata, si salverà Giuseppe Costanza che sedeva sui sedili posteriori. La terza, quella azzurra, è un ammasso di ferri vecchi, ma dentro i tre agenti sono vivi, feriti ma vivi. Feriti come altri venti uomini e donne che erano dentro le auto che passavano in quel momento fra lo svincolo di Capaci e Isola delle Femmine.
Fu Buscetta a dirglielo: “L’avverto, signor giudice. Dopo quest’interrogatorio lei diventerà forse una celebrità, ma la sua vita sarà segnata. Cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Non dimentichi che il conto con Cosa Nostra non si chiuderà mai. E’ sempre del parere di interrogarmi?”.
Giovanni Falcone, “Cose di Cosa Nostra” (Rizzoli, 1991): “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande”.
23 maggio 1992: sono passati 15 anni da quel terribile giorno, ma nella memoria quelle immagini terrificanti sono ancora vive ed il ricordo di quell’uomo all’apparenza comune, ma in realtà eccezionale, è nitido e forte…il suo coraggio, la sua onestà, la sua abnegazione, la sua determinazione devono essere d’esempio per chi adesso continua il suo lavoro, perchè questo sacrificio non sia inutile dobbiamo ricordare e gridare forte tutti insieme NO ALLA MAFIA!
Tags: Giovanni Falcone, punta raisi, r.i.p.
Carissimo Pinocchio (molto più di una fiaba)
Visto che nell’articolo dei cinque incipit ho citato il libro Pinocchio, sono andata a ripescare questa analisi della fiaba nel mio vecchio blog…probabilmente qualcuno dei miei “nuovi” lettori non l’ha letta e qualcuno dei “vecchi” forse gradirà rileggerla.
C’era una volta…
- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.
Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.
Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:
- Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba di tavolino. Detto fatto, prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo, ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile, che disse raccomandandosi:
- Non mi picchiar tanto forte!
Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!
Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; apri l’uscio di bottega per dare un’occhiata anche sulla strada, e nessuno! O dunque?…
- Ho capito; - disse allora ridendo e grattandosi la parrucca, - si vede che quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci a lavorare.
E ripresa l’ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di legno.
- Ohi! tu m’hai fatto male! - gridò rammaricandosi la solita vocina.
Questa volta maestro Ciliegia resta di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana.
E’ ormai più di un secolo che la favola di Pinocchio affascina adulti e bambini, è stata rivista in mille salse: libri, cartoni animati, films, musicals…ma cos’è che gli ha fatto superare le barriere del tempo e giungere fino a noi con una simile freschezza, cos’è che ci commuove tanto?
Prima di tutto c’è una nascita, ma non è una nascita normale, Pinocchio nasce senza una mamma e già grandicello…già questo ci induce ad un senso di tenerezza…un bimbo che nasce senza aver provato il calore del grembo materno, senza affetto, senza coccole e tenerezza della sua mamma…
un bimbo così sente un tremendo bisogno d’amore e per “sostituire” la sua triste realtà con una più accettabile comincia a dire bugie e a fare il monello.
Bisogna notare inoltre che questa fiaba è carica di riferimenti, di simboli, di allegorie…ad esempio, non vi ricorda niente il fatto che un padre si dedichi a “creare” suo figlio e che questo padre (per puro caso) sia un falegname?
Ed il naso che cresce ad ogni bugia, non è forse un simbolo fallico?
Troviamo il nostro eroe a cimentarsi nelle più disparate disavventure, alcune ricordano molto i riti iniziatici di alcune tribù, dove i ragazzini spesso vengono separati dalle madri, e dalle sorelle, per compiere un percorso di crescita che li porti a diventare adulti…la madre e la sorella sono rappresentate entrambe nella figura della fata Turchina ed il passaggio alla maturità è simboleggiato dalla trasformazione del burattino in bambino vero, altre invece hanno un sentore di influenze bibliche, ad esempio l’incontro con il serpente, o filosofiche, come il ventre della balena che ricorda molto la “caverna” di Platone…
Si potrebbe andare avanti a lungo, soffermarsi sugli aspetti simbolici di tutti gli altri personaggi (e sono tanti), ma forse mi sono già dilungata abbastanza (per il momento…magari tornerò sull’argomento)…

Quello che volevo far capire con questo mio intervento è che, spesso, rileggendo da adulti una fiaba, riusciamo a capire perchè da bambini ci ha tanto affascinati, commossi, a volte impauriti…quasi tutte le fiabe sono ricche di messaggi “subliminali” che giungono direttamente al nostro cuore senza passare per la coscienza…
L’analisi è un piccolo riassunto di un articolo di Iakov Levi, per leggere l’articolo completo clicca QUI
Se questo è un uomo
Questa è la mia risposta al commento citato nel precedente articolo.
Tags: Primo Levi, se questo è un uomoSe questo è un uomo
Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no
Considerate se questa è una donna
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato
Vi comando queste parole
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via Coricandovi,
alzandovi Ripetetele ai vostri figli:
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri cari torcano il viso da voi.
Primo Levi
Splendido ottantenne

Gabriel Garcia Marquez ha appena compiuto 80 anni, e per l’occasione voglio regalarvi alcuni suoi versi, a mio parere stupendi.
Se per un istante Dio si
dimenticasse che sono una
marionetta di stoffa e mi facesse
dono di un pezzo di vita,
probabilmente non direi tutto ciò
che penso, ma penserei a tutto
ciò che dico.
Valuterei le cose, non per il loro
valore, ma per ciò che
significano.
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